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Brand stranieri: “L’Italia? Una maledizione”

Scritto il 10 ottobre 2011 da Alex.

Marchi abbigliamento stranieriCi sono marchi famosissimi, che per un motivo o per un altro non avremo mai in Italia. Poco servono i gruppi su facebook, le email alla casa madre o un timido intervento di qualche confcommercio locale. L’Italia è un paese particolare per i brand stranieri. Tradizionalista e non sempre al passo con i tempi.

Per questo motivo non si contano i brand stranieri che ancora tergiversano prima di fare il fatidico passo verso il Bel Paese. La lista e lunga e i nomi sono eccellenti. A partire da Urban Outfitters, un retailer innovativo che offre diversi prodotti lifestyle sia direttamente ai consumatori sia ai rivenditori attraverso cinque marchi: Urban Outfitters, Anthropologie, Free People, Leifsdottir e Terrain, e che nell’ultimo trimestre ha raggiunto ricavi per oltre 668,4 milioni di dollari e che vanta anche una rete di 1700 negozi all’ingrosso.

Si passa poi a Starbucks, il colosso del caffè – ma il suo business non si esaurisce al solo oro nero, visto che i prodotti cosiddetti civetta sono stimati costituire il 40% dei ricavi -  che ha visto crescere l’utile netto del primo trimestre a quasi il 44% grazie all’incremento del numero di clienti e il miglioramento dei margini operativi, che hanno bilanciato l’incremento dei prezzi del caffè. La società di Seattle ha registrato profitti per 346,6 milioni di dollari, e in Borsa vola: 45 centesimi per azione, con un profitto da 241,5 milioni di dollari.

La maledizione italiana
Per chi non ne vuole proprio sapere di venire in Italia, c’è chi è venuto e già ha uasi chiuso i battenti. Parliamo di Abercrombie & Fitch, notissimo marchio d’abbigliamento americano che ad aprile ha annunciato un piano di espansione di grande spessore al di fuori degli USA. In particolare si parlava di raggiungere una rete in Europa di 185 unità, contro le sole 29 di oggi. Ma a Milano le cose non vanno così bene, visto che sono continui i rumors che vorrebbero lo store italico vicinissimo alla chiusura, dopo solo pochi anni. Incredibile, visto che il fatturato dell’azienda ha toccato i 5 miliardi!

Le nuove leve Made In Italy
Ma se i grandi nomi Usa se la passano male, c’è un brand giovane – italiano – che s’ispira alla tradizione della ristorazione america e in particolare texana, che si sta muovendo bene, raccogliendo un discreto successo. Stiamo parlando di T-Bone Station. La storia di T-bone Station ha inizio nel 1996: il primo ristorante viene aperto in un palazzo storico nel centro di Roma, poco lontano da Piazza di Spagna; all’interno viene ricreata una stazione ferroviaria americana degli inizi del ‘900. Ora è presente in ben 9 città. A presto 10 con la prossima apertura a Rimini.

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