La Cina, sempre la Cina
La Cina, sempre la Cina. Secondo l’ultima edizione del rapporto Ernst&Young sul “sex appeal” dei mercati mondiali per l’energia verde (Renewable Energy Attractiveness Index, aggiornato a novembre 2010), Pechino è stabilmente in vetta alla classifica, davanti agli Stati Uniti, che erano in testa fino allo scorso maggio. Si sta consolidando sempre di più la forza cinese nella green economy, come certifica Ernst&Young: con 71 punti su un massimo di cento, il Paese del Dragone supera di cinque lunghezze gli Stati Uniti con 66 e di otto la Germania e l’India a braccetto con 63. E l’Italia? Il sesto posto peggiora di poco rispetto alla rilevazione precedente (eravamo quinti), confermando la nostra forza nel mercato del solare: i 67 punti nell’indice del fotovoltaico ci piazzano terzi in questa tecnologia, a pari merito con la Cina e dietro Usa e India.
I nuovi protagonisti della green economy
L’indice considera gli investimenti nelle varie tecnologie delle rinnovabili (eolico sulla terraferma e offshore, fotovoltaico e solare a concentrazione, biomasse, geotermia) e nelle infrastrutture (ad esempio, le reti elettriche). Il quadro è lo stesso di quello tracciato alla Conferenza mondiale sul clima a Cancun: a un mondo occidentale in affanno, si contrappongono i Paesi emergenti, che sono la nuova frontiera delle politiche energetiche e ambientali del nostro Pianeta. Nel bene e nel male: stanno diventando i protagonisti delle fonti pulite ma anche i principali inquinatori. La classifica top trenta di Ernst&Young vede anche quattro nuovi Paesi: Corea del Sud al 18esimo posto, Egitto e Romania 22esimi a pari merito e Messico 25esimo, grazie alle risorse naturali e agli incentivi per le rinnovabili, definiti dai rispettivi governi.
Cina insuperabile nell’eolico
La potenza cinese tocca il suo massimo nel mercato eolico; metà delle turbine installate nel 2010 è proprio nel Paese asiatico, che negli ultimi mesi ha assorbito quasi il 50% degli investimenti mondiali in questo settore. Secondo recenti stime, Pechino sta per scavalcare gli Stati Uniti quanto a potenza complessivamente disponibile nell’eolico. La differenza tra questi due Paesi, riassume il rapporto Ernst&Young, è nelle diverse misure approntate per superare la crisi economica e far decollare l’energia alternativa. Quelle cinesi sembrano più incisive: il governo potrebbe destinare oltre 200 miliardi di euro all’eolico nei prossimi dieci anni, pari a circa il 30% dei fondi totali per le rinnovabili. Nel corso del 2010, i sussidi alle fonti verdi hanno sfiorato i 400 milioni di euro, rispetto ai 214 milioni del 2009.
Le incertezze americane
Negli Stati Uniti, invece, permane l’incertezza su alcuni punti essenziali. Manca, per esempio, uno standard nazionale sulla produzione di energia rinnovabile. La costruzione di nuovi parchi eolici è calata del 71% nell’ultimo quadrimestre 2010, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. I problemi sono noti e segnalati già più volte dall’associazione americana del settore (Awea): il sostegno alla green economy è troppo a macchia di leopardo, senza una strategia di lungo respiro che garantisca stabilità e sicurezza agli investitori. Ecco perché il grafico delle nuove installazioni procede con continui alti e bassi, secondo gli umori della finanza americana e internazionale. Gli Stati Uniti resistono al primo posto nella graduatoria Ernst&Young per il solare a concentrazione (75 punti), con ottimi risultati anche per il solare termico e fotovoltaico. Proprio in questi giorni, il Senato americano ha approvato un piano d’incentivi per le rinnovabili, che dovrebbe stanziare 858 miliardi di dollari per sovvenzioni federali alle varie fonti alternative. Se il Parlamento e il presidente Obama confermeranno questa norma, sarà una boccata d’ossigeno per tutti quei settori industriali, legati alla green economy, che faticano a risollevarsi e anzi minacciano di ridurre gli investimenti e l’occupazione.
L’India punta sul solare
L’India, infine, sta procedendo nella sua ambiziosa Solar Mission che dovrà installare 20 Gw di potenza solare entro il 2022, partendo da quasi zero. Nel 2013, come ha dichiarato il ministro indiano delle Energie rinnovabili, Deepak Gupta – citato dall’agenzia Apcom – il Paese dovrà superare un Gw di capacità, per poi salire a circa dieci nel 2017. I progetti per circa 800 Mw sono già assegnati; l’obiettivo è ridurre progressivamente il costo dell’energia prodotta con i pannelli, che ora è circa nove volte superiore a quelle proveniente dalle centrali a carbone. Alcuni giorni fa, inoltre, il governo ha annunciato i nomi delle 37 aziende (su più di 300 offerte) che riceveranno i sussidi statali per realizzare impianti solari di grandi dimensioni sul territorio nazionale. L’India proverà a imitare la strategia cinese per l’eolico, con un veto sulle importazioni di pannelli fabbricati all’estero, da aprile 2011, per favorire l’industria nazionale. Con una misura simile, recentemente abolita, Pechino è riuscita a far decollare i costruttori locali di turbine eoliche, permettendo alle società straniere di partecipare in joint venture ai progetti.
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